Castello di Carini


Castello di Carini

 

Le prime notizie sul castello di Carini ci sono state tramandate dal famoso scrittore arabo Al-Idrisi (1099-1166) nel suo famoso libro dal titolo “Kitab Rugiar”, in onore di Re Ruggero. Il castello fu costruito tra la fine del XI secolo e l’inizio del XII secolo da Rodolfo Bonello, feudatario del regno normanno, su una costruzione preesistente, sicuramente di matrice araba.

Nel 1283, durante la dominazione aragonese, il castello passò alla famiglia Abbate, che lo custodì per circa un secolo. A partire dagli Abbate, il castello comincia a subire dei cambiamenti, e da fortezza difensiva per quale era nato, diventa residenza nobiliare.

Nel XVI secolo Carini passa sotto il dominio della famiglia dei Chiaromonte. Ma nel giro di poco tempo la famiglia venne accusata di fellonia, e con la morte, Re Martino punisce Andrea Chiaromonte e Palmerio Abbate, suo fedele.

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Atrio del Castello – vista dal portico antecedente la Cappella nobiliare

Il feudo carinese passa così alle mani di Umbertino La Grua nel 1397. La famiglia La Grua mantiene il possedimento per diversi secoli. Per sua sfortuna Umbertino La Grua non ebbe eredi maschi, di conseguenza, sua figlia Ilaria venne concessa in sposa a Gilberto Talamanca. Dall’unione nacque la dinastia La Grua-Talamanca, nel cui stemma raffigurano la gru e le losanghe, ancora ben visibile in alcune stanze e stucchi del castello.

Durante la nuova dinastia il castello inizia a subire trasformazioni radicali: il castello venne restaurato ad opera del maestro Masio de Jammanco, e due atti notarili risalenti al 1484 e 1487 testimoniano la reale avvenuta dell’evento.

Durante il periodo rinascimentale,  interventi voluti da Vincenzo II La Grua sono attestati dalla scritta incisa sull’architrave della porta principale che ci immette nelle stanze dell’ala ovest: “ET NOVA SINT OMNIA – Che ogni cosa sia nuova”, fiancheggiata da due gru che risorgono dalle fiamme, come segno di rinnovamento architettonico e culturale del regno.

Un’altra scritta presente sulla trabeazione della porta che ci immette nella famosa stanza dove si presume sia stata uccisa la Baronessa Laura Lanza, è “RECEDANT VETERA – Arretrino le vecchie cose”.

L’ultimo restauro del castello, avvenuto tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento, si deve a Vincenzo IV La Grua, che fece decorare gli ambienti principeschi secondo lo stile del tempo.

I La Grua mantennero il castello fino al 1977, anno in cui verrà ceduto al Comune.

Struttura

Il complesso costituisce una struttura armoniosa ancorata al promontorio di Monte Cerasola, di cui sembra parte integrante.

Prima di giungere al castello, la porta e i resti delle mura medievali  risalenti al XI e XII secolo fanno da padroni. Un tempo questi resti tracciavano l’antico borgo medievale.

L’ampliamento del castello e lo stravolgimento della struttura originaria si ebbe quando la sua funzione passò da fortificazione a residenza nobiliare. Sorserò così due ale: quella Nord con i locali destinati alla servitù e quella Ovest che doveva accogliere al piano terra scuderie, magazzini e depositi, mentre al primo e secondo piano le stanze principesche.

Si accede al castello da due grandi porte con arco a sesto acuto, risalenti al XII secolo. Sul portone, adattato posteriormente, è collocato lo stemma della famiglia La Grua-Talamanca, la gru e il leone rampante disposto sulle onde a scalinata con la scritta VINCENTIUS LA GRUA, ANNO MDLXII. L’arco si abbassa al livello del portone introducendo nel cortile interno.

A piano terra, una serie di porticine immettono nelle stanze riservate alla servitù, tra queste la cucina. Una scalinata invece innestata direttamente al corpo ovest della costruzione e conduce al piano nobiliare. Essa risale sicuramente alle modifiche operate dall’architetto Matteo Carnalivari.

La prima stanza presenta una porta in cui è facilmente rintracciabile una gru in pietra tufacea entro cerchi concentrici con arabeschi di fiori e frutta. Una seconda porta conduce ad un vestibolo che dà inizio all’appartamento per gli ospiti. La seconda stanza invece conduce ad un corridoio dal quale è possibile ammirare la nuova sala meeting realizzata con gli ultimi restauri ultimati nel 2009.

La stanza principale è il Salone delle Feste, arricchito da due ampie finestre sovrastate da un ricco portale cinquecentesco che danno sul cortile, e altre due  disposte dalla parte opposta, che si affacciano sul Golfo di Carini. Il soffitto è interamente fatto di legno cassettonato, diviso in tre architravi costituite da altrettante fila di cuspidi e mensole con motivi a stalattiti intagliate di derivazione araba o spagnola. I motivi ornamentali rimasti appaiono stesi su un sottile strato di stucco bianco. L’elemento dominante è dato dalla scritta “IN MEDIO CONSTITIT VIRTUS” eseguita con caratteri gotici lungo la trave longitudinale e nelle cuspidi. Nelle travi laterali troviamo invece lo stemma di famiglia insieme agli stemmi delle famiglie nobili del tempo vicine ai La Grua-Talamanca.

Da un portale si accede agli altri ambienti che rivelano i segni di epoche precedenti attraverso feritoie, pulvini ed arcate. Dalla porta sinistra del salone si accede alla piccola stanza nella quale si presume la Baronessa si incontrasse con il suo amante. In questa stanza si dice che la donna, assassinata dal padre, toccandosi la ferita, abbia lasciato l’impronta insanguinata della sua mano sul muro, e si dice che per ogni anniversario del delitto, l’orma ricompaia sulla parete.

Proseguendo a destra, si giunge alle tre stanze private tutte comunicanti tra loro. La decorazione di queste ultime è di stile settecentesco. La stanza più finemente decorata è caratterizzata dalla presenza di una porta segreta affrescata che serviva da ripostiglio o come stanza di toletta, di fronte, il falso-camino in marmo rosso e, sulla volta, l’affresco di Ulisse e Penelope. Dal bellissimo portone settecentesco si accede alla stanza successiva con alcova e dovrebbe coincidere con la stanza da letto della Baronessa.

Un corridoio che doveva fungere da matroneo conduce direttamente alla Cappella raggiungibile anche dall’esterno che, insieme alla Biblioteca, completa gli ambienti del castello.

La Cappella consiste in un piccolo vano rettangolare di 50 metri con abside, dove sorge un altare in muratura ai cui lati scorgono due balconcini destinati al coro. La volta della cappella è decorata a motivi geometrici e ornamentali tipici dello stile settecentesco. Alla Cappella si accede da un piccolo portico a due archi presente nel cortile. Un ulteriore accesso è dato da un ballatoio disposto sopra l’entrata principale, che collega le stanze nobiliari.

Proseguendo oltre la cappella si raggiunge il bastione da dov’è possibile ammirare tutto il territorio carinese racchiuso tra i monti, dalla punta Lilibeo fino a Capo Gallo. Una botola sul pavimento conduce alla prigione di forma circolare nella quale sono stati ritrovati dei resti umani.

L’antica biblioteca doveva contenere molti volumi, alcuni dei quali conservati ancora in buono stato. Sulla parete troviamo ancora l’antico albero genealogico della famiglia La Grua-Talamanca. Probabilmente si trattava di una sala di lettura aperta agli intellettuali del tempo, e doveva essere adorna di una ricca pinacoteca.